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| Evviva i randagini
Se l'uomo occidentale avesse un po' di senso di gratitudine dovrebbe fare un
monumento ai mici randagi, perché è proprio a loro che deve la propria
sopravvivenza. Esagerazione? Non troppa, visto che in tempi remoti sono
stati proprio i gatti randagi, quelli bistrattati che vivevano tra campagna
e città, in strada, all'aperto, a fare la differenza per molti umani tra la
vita e la morte per fame o per malattie (tifo e peste bubbonica in primis).
Senza contare il ruolo fondamentale assunto dal gatto per millenni nella
religione e nella mitologia. La storia dell'amicizia fra gatto e umani è
lunga, e spesso misconosciuta.
Ripercorriamone assieme le tappe fondamentali! |
| In principio era il tabby |
Fra tutti i cosiddetti "animali domestici" che trovano spazio negli ambienti
umani, il gatto è senza dubbio il più giovane, in termini di domesticazione.
E anche quello dalla storia più strana e confusa, almeno per quanto riguarda
le origini. Dove e quando fu addomesticato il gatto per la prima volta?
Molti non hanno dubbi sul "dove": in Egitto, quasi certamente. Ma sul
"quando"... recentemente, per esempio, sono stati rinvenuti, a Cipro, resti
di un gatto databili circa al 6000 anni A.C.. Ma non si ha la certezza se si
tratti di un gatto domestico o selvatico. In Egitto sono stati ritrovati
resti di gatti in contesti domestici, risalenti a periodi che vanno dal 4000
al 3000 A.C., ma il dubbio sulla loro natura non è ancora stato risolto.
Quel che è quasi certo è che il moderno gatto discenda da un tipo di gatto
selvatico, il Felis Lybica, tuttora presente nel Nord Africa. A guardarlo
sembra un comune gatto soriano, se si eccettuano certi particolari come la
coda più grossa e le zampe, in proporzione, più slanciate.
È un animale molto curioso e spesso lo si può vedere avvicinarsi furtivo ai centri
abitati per rimediare del cibo. Cosa piuttosto insolita in un felino
selvatico.
Immaginiamo dunque la scena. Siamo in Egitto, tra il 3000 e il
2000 A.C., gli umani qui vivono in una terra che alterna anni di prosperità
ad anni di carestie. La cosa più logica da fare è mettere da parte scorte di
cibo negli anni "buoni" in modo da essere al sicuro in quelli "di magra".
Scorte di cibo tali però attirano immediatamente animali che cercano di
approfittarne, come i topi. Ma c'è quest'altra creatura, dal passo felpato e
lo sguardo acuto, specialmente di notte. Questa creatura riesce ad
acchiappare i topi con un'abilità sorprendente e, se avvicinato con le buone,
può anche diventare estremamente docile e affettuoso.
Il suo verso è acuto,
quasi come quello di un bambino piccolo, qualcosa che suona come "Miù". Ed è
proprio così che gli Egizi chiamarono il gatto, la strana creatura che li
aiutava a conservare le scorte alimentari e li salvava dalla fame. Nacque
inizialmente come una sorta di collaborazione, ma pian piano gli umani si
accorsero che questa creatura che faceva "miù" aveva anche molte altre
caratteristiche interessanti e il legame si strinse. Del resto anche il
gatto si accorse che stando vicino agli umani aveva molto da guadagnare:
cibo, tane comode e sicure e perfino affetto, sì. E fu così che il gatto
addomesticò l'uomo. |
| Il gatto sacro |
| In un bassorilievo egizio del 1950 A.C. circa appare una donna seduta su un
seggio. Sotto il seggio se ne sta comodamente acciambellato un gatto.
Il
felino è ormai entrato a far parte della vita degli antichi Egizi e benché
abbia ancora l'aspetto del gatto selvatico da cui discende si tratta
indubbiamente di un micio che conosce tutte le comodità della vita
domestica.
Gli antichi Egizi avevano un vasto pantheon in cui moltissimi
animali avevano un loro spazio. Avevano divinità in forma di sciacallo, di
falco, di coccodrillo, e perfino di babbuino. È un'idea errata pensare che
adorassero gli animali, perché tali raffigurazioni avevano caratteri
simbolici che spesso sfuggono alle menti moderne (ma anche di parecchi
antichi).
Ma se vi erano animali davvero sacri, questi senza dubbio erano i
gatti. I gatti si rivelarono subito aiutanti indispensabili nella lotta
contro i topi, ma avevano anche altre caratteristiche che li facevano
apparire preziosi e quasi "divini".
Per esempio erano fra i pochi animali
che riuscissero a vincere i serpenti, anche velenosi.
La loro capacità di
vedere bene anche di notte li faceva apparire quasi soprannaturali, inoltre
sono belli, eleganti, sanno ricambiare decuplicato l'affetto riversato su di
loro. Sono in grado di apprezzare le comodità della vita domestica,
diventano ottime compagnie per chi vive per lo più in casa (e cioè le donne,
all'epoca). Amano giocare, sono abili nella caccia (e infatti gli antichi
Egizi impiegavano i gatti anche come compagni di caccia), sono teneri e
allegri, affettuosi e pieni di vitalità.
In poco tempo conquistarono gli
antichi Egizi, che vedevano riflessi nei loro occhi tutte le caratteristiche
degli animali più sacri. Il gatto era tenuto in altissima considerazione e
ucciderlo (anche accidentalmente) era un reato che poteva essere punito con
la morte. Quando il gatto di casa moriva i suoi "padroni" si vestivano a
lutto e si radevano le sopracciglia, come se fosse morto un familiare. Il
gatto morto veniva mummificato e seppellito con tutti gli onori, come una
persona.
C'era una divinità dedicata al gatto, naturalmente, ed era Bastet,
dea della primavera, delle danze e della fecondità (proprio come i gatti,
che sanno essere estremamente prolifici) e un'intera città a lei dedicata,
la città sacra di Bubastis.
Ma anche altri dei si riferivano al gatto. Per
esempio Ra, il supremo dio del sole, pare che di notte si trasformasse in
gatto e andasse in giro per gli inferi a sconfiggere, in tale forma, le
forze del male, incarnate dal serpente.
Un gatto vede anche al buio e
questo, secondo gli antichi Egizi, perché i raggi del sole restano
impigliati nei suoi occhi permettendogli di lottare contro le forze oscure.
In seguito anche la dea lunare Iside fu affiancata dal gatto, dal momento
che il variare delle sue pupille a seconda della luce ricorda da vicino le
fasi lunari.
Ai nostri tempi il ruolo della gattara è qualcosa di abbastanza
ingrato e faticoso, ogni gattara (o gattaro) lo sa. Ma nell'antico Egitto
era un ruolo sacro. Chi si occupava di gatti (o meglio, aveva l'onore di
occuparsi di gatti) era una persona degna del massimo rispetto, un eletto,
caro agli dei.
Si sa che comunque presso i templi i sacerdoti si occupavano
degli animali sacri dedicati alla relativa divinità, ma nessuno quanto il
gatto aveva una valenza così alta.
Lo storico romano Clemente Alessandrino
(150-215 D.C.) trovava ridicola questa pratica e descrive la sua somma
delusione quando, ammesso ad uno fra i più sacri misteri della religione
egizia, si trovò poi di fronte "niente altro che" un gatto acciambellato su
un cuscino di seta. Chissà quanto riderebbe di noi trovandosi davanti scene
simili!
La sacralità del gatto però aveva un risvolto che a noi riesce difficile da
mandar giù: i sacrifici. Perfino i gatti sacri che risiedevano nei templi
periodicamente venivano sacrificati, e proprio da chi si occupava di loro. È
una pratica che a noi suona inverosimile, ma che per un'ottica antica non
era poi così terribile. Per loro i gatti sacrificati non facevano altro che
ricongiungersi alla dea Bastet, accrescendone il potere, per cui per i gatti
in questione sarebbe stato un bene. Dall'altro lato i gatti venivano curati
il più possibile (nei limiti delle conoscenze del periodo) e addirittura
erano considerati curativi loro stessi. Si arrivava a confezionare amuleti
fatti di escrementi di gatto che, a detta degli antichi Egizi, avevano
grandi poteri terapeutici. |
| Il gatto che viaggia |
| Gli antichi Egizi erano notoriamente assai gelosi dei propri gatti. Fra
tante leggi in loro favore ce n'era una che vietava assolutamente il loro
espatrio.
Non solo, ma durante le campagne militari uno dei compiti dei
soldati era di rintracciare i gatti presenti "in territorio nemico" affinché
venissero immediatamente riportati a casa, vale a dire in Egitto. Nonostante
ciò (e per nostra fortuna) i gatti riuscirono egualmente a oltrepassare i
confini e a raggiungere altre terre. Non fosse stato così ora noi forse non
avremmo gatti, e magari la nostra storia sarebbe stata diversa.
Se i gatti riuscirono ad espatriare fu, naturalmente, per loro stessa
iniziativa (ulteriore dimostrazione del fatto che sono stati loro ad
addomesticare noi e non il contrario). Attratti dalla presenza di cibo
(pesce, ma anche topi) sulle navi mercantili, i gatti non esitarono a
imbarcarsi a loro volta raggiungendo, così, terre lontane come la Grecia e
l'Italia del sud. |
| Nell'antico oriente |
| Ancora in modo imprevedibile (stiamo o non stiamo parlando di gatti?), pare
che il nostro amico quattrozampe sia giunto in Mesopotamia attorno al 2000
A.C. e che, una volta giunto lì, abbia ricevuto "influenze" da felini
selvatici locali. La questione è più importante di quel che sembra, perché è
grazie a questo sbocco che i mici sono riusciti ad aprirsi un varco verso
est, dando così origine alle numerose razze feline orientali che ormai ben
conosciamo.
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| L'età classica |
In che epoca i gatti giunsero in Europa? Difficile a dirsi.
Dai ritrovamenti
fatti sembrerebbe attorno al II millennio A.C..
Esistono molte opere d'arte
che raffigurano felini, ma molti di questi potrebbero essere gatti selvatici
o anche serval.
Ma quei felini tigrati ritratti su sigilli rinvenuti a
Cnosso e risalenti al 1600 A.C. , e soprattutto un certo simbolo rinvenuto a
Creta e facente parte della scrittura minoico-cretese Lineare A (1400 A.C.
circa) parrebbero proprio non lasciar sapzio al dubbio: si tratta di gatti
domestici!
Imbarcatosi sulle navi, il nostro intraprendente gatto fece scalo
in Grecia e in seguito nell'Italia meridionale. Non era più venerato, ma se
la passava bene lo stesso. Nell'antica Grecia il gatto aveva il ruolo
fondamentale di difendere i suoi umani dall'assalto dei terribili roditori.
Inoltre era tenuto come animale domestico e, al pari dei cani e, sì, dei
ghepardi, veniva impiegato nelle battute di caccia.
Sono molti gli esempi di
arte greca in cui vengono raffigurati gatti tenuti al guinzaglio e portati a
spasso dai loro umani.
Seguendo i loro umani i gatti giunsero anche nella
Magna Grecia.
Molti sostengono che l'arrivo del gatto in Italia sia stato
puttosto tardivo, attorno all'80 A.C., ma esistono reperti che dimostrano il
contrario.
Per esempio una moneta risalente al 450 A.C. che mostra Iokastos,
fondatore di Rhegion (l'attuale Reggio Calabria), che gioca con un gatto
tendendogli un pezzo di tessuto (il classico gioco del cordino).
Nonostante
non fosse più sacro, il gatto era comunque accomunato a diverse divinità,
prima fra tutte Artemide e in seguito Diana Cacciatrice, per motivi ben
chiari vista la sua abilità di predatore notturno.
Il gatto si spinse anche
al nord, e infatti appare anche in opere etrusche come crateri e dipinti.
Nelle Tomba del Triclinio a Tarquinia (470 A.C.) è possibile osservare,
acquattato in attesa di un buon boccone sfuggito ai commensali, proprio un
bel miciotto soriano.
Presso gli antichi romani il gatto si trovò ad affrontare un rivale: il
furetto. Era questo, infatti, l'animale più popolare come predatore di
topi. A riprova di ciò restano le innumerevoli favole del periodo classico,
in cui il ruolo del furetto e quello del gatto sono perfettamente
intercambiabili.
Il gatto però aveva qualche marcia in più. Per prima cosa,
non è onnivoro come il furetto. E questo voleva dire non solo che una volta
raggiunta la dispensa si limitava a cacciare i topi senza intaccare le
scorte di cereali degli umani, ma anche che in periodi "di magra" se la
cavava andando a caccia da solo, mentre il furetto aveva bisogno di essere
nutrito con cibo sottratto ai padroni.
Inoltre il suo stile di caccia per
appostamento non creava gli stessi problemi di quello del furetto, che
insegue la preda fin dentro la tana (e questo voleva dire scavare cunicoli
nei pavimenti o nei tetti di paglia).
Insomma era un animale molto
conveniente che incontrò un notevole successo, anche se parziale. Infatti
ben presto crebbe più che altro come animale randagio o semirandagio (solo i
più ricchi potevano permettersi il lusso di viziare il proprio micio), dando
così il via a quello che comunemente è conosciuto come "gatto da cortile"...
insomma, il nostro randagino. Ma se gli antichi romani e greci non conobbero
grosse epidemie di peste è anche grazie a questi "randagini".
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